Perché il Mentoring

“Mantenersi,  il  mio  verbo  preferito,  tenersi  per  mano. Ti può bastare per la vita intera, un attimo, un incontro. Rinunciarvi è folle, sempre e comunque.” Erri De Luca

Il Mentoring

Il “Mentore” è il consigliere per antonomasia; una guida saggia, un precettore.

[ Nell’Odissea Ulisse affida a Mentore il proprio figlio Telemaco prima di partire per il suo lungo viaggio. ]

Il rapporto di mentoring prende la forma di apprendimento guidato nel quale il Mentore offre volontariamente ascolto, sapere e competenze acquisite e le condivide con il Mentee per farne esempio e trasmissione di esperienza.

Il Mentore, quindi, orienta e stimola il Mentee a individuare e percorrere la propria strada.

Il Mentore non è uno psicologo, un analista o uno psicoterapeuta; non è una figura professionale abilitata a “curare” un’altra persona; è piuttosto un essere umano che sceglie di prendersi cura di sé e dell’altro con consapevolezza.

Molti pensano di non essere portati ad aiutare e ad essere aiutati.

Molti credono che non sia possibile o che non ne valga la pena.

L’esperienza dimostra invece che questa attitudine può essere stimolata, sviluppata ed allenata e che il mentoring è uno strumento particolarmente idoneo a questo fine.  Per tale ragione, i contenuti specifici della relazione di mentoring sono fra i principi fondanti di iKairos.

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Mentoring - le nuove generazioni ci insegnano

Quando Ulisse parte per Troia, affida il figlio Telemaco a Mentore, suo fidato amico. Il ruolo di Mentore è di consigliare e soprattutto incoraggiare il giovane Telemaco. Omero nell’Odissea racconta con grande semplicità una metodologia formativa molto potente: il mentoring. Oggi questa funzione di consiglio, guida e incoraggiamento non è più solo nelle mani degli anziani o dei più adulti, che dalla loro hanno l’esperienza. Su alcuni temi sono i giovani, i Millenials e la Generazione Z ad avere qualcosa da insegnare.
Nella mitologia, non è un caso che la Dea Atena scelga spesso di vestire le sembianze di Mentore per aiutare Telemaco:
Ma si vestìa di Mentore le forme
Novamente Minerva, e su la soglia
A se chiamò Telemaco, dicendo:
Già su la spiaggia assisi i tuoi compagni
Impazienti aspettano te solo:
Su via, dunque, n’andiam senz’altro indugio.
La Dea, ciò detto, s’incammina, e l’orme Telemaco ne calca.
(Odissea, libro secondo)
Oggi questa funzione di consiglio, guida e incoraggiamento non è più solo nelle mani degli anziani o dei più adulti, che dalla loro hanno l’esperienza. Su alcuni temi sono i giovani, i Millennials e la Generazione Z ad avere qualcosa da insegnare. Nella formula classica del mentoring, è il mentor a guidare il mentee ed è il mentee a ricalcare le orme del mentor come nel caso di Telemaco e la Dea Atena. Tuttavia le forme più innovative del mentoring prevedono una parte molto più proattiva del mentee, perché in qualche modo si è capovolta la direzione di apprendimento diventando anche bi-direzionale. Ed è questo il caso del reverse mentoring o peer mentoring.
Tuttavia si pongono due questioni: i giovani vogliono insegnare e soprattutto cosa hanno ha insegnare?
Le ultime ricerche condotte sui Millennial e sulla Generazione Z riportano un approccio al lavoro molto diverso rispetto alle altre generazioni più senior. Per le ragazze e i ragazzi è sempre meno importante una carriera verticale ma quella che cercano è una carriera flessibile, innovativa, responsabile che li possa mettere al centro. Per cui diventa strategico per loro essere protagonisti anche in una relazione di mentorship e poter dare, non solo ricevere. Quello che i ragazzi potrebbero trasferire non sono solo le loro competenze digitali, ad esempio l’utilizzo dei social network, ma anche la cosiddetta “attitudine digitale”. Per attitudine digitale intendo l’approccio sperimentale, tipico ad esempio di una startup, dove si testa un prodotto prima di definirlo completamente. Attitudine a chiedere ed ascoltare i clienti e colleghi postando semplicemente un questionario in un network. Questi sono solo due esempi di un approccio molto diverso dalle generazioni più senior che spesso si trovano ad essere racchiuse in codici, policy, organigrammi già definiti senza aver voglia o coraggio di mettersi in discussione.
Se i giovani sono pronti al reverse mentoring, i senior sono pronti a dare e ricevere? Perché ascoltare un Millennial quando si è già arrivati al vertice di una carriera? Perché trasferire le competenze organizzative e i “trucchi del mestiere” quando i giovani potrebbero prendere il posto dei senior?
Ci sono almeno due buone ragioni per cui ai senior vale la pena scommettere su un reverse mentoring. La prima riguarda il fatto che dovremmo tutti abituarci ad un’ottica di long-life learning in cui non si smette mai di imparare. Pregiudizi e stereotipi dovrebbero essere riconosciuti se ci bloccano all’ascolto delle nuove generazioni perché non basta più l’educazione ricevuta a scuola ma questa deve essere costante ed aggiornata. Solo se arricchiamo le nostre competenze riusciamo ad essere distintivi su un mercato che cambia scenario repentinamente e ci mette in competizione non solo con gli altri esseri umani ma anche con i robot. La seconda ragione risponde alla paura dei senior che i giovani possano prendere il loro posto. Sicuramente lo prenderanno ma forse non nella stessa organizzazione. Infatti la ricerca Nielsen sugli stili di vita delle generazioni ha rilevato che i Millennial sono il doppio più propensi (41%) a lasciare l’azienda per un’altra occupazione rispetto ai baby boomers (26%).
In generale tutti i processi di mentoring classico, reverse o peer mentoring sono fondamentali per l’orientamento e la carriera di ognuno. Indipendentemente dall’età e dal ruolo, il valore di avere una guida fidata è altissimo. Proprio come Mentore con Telemaco.

[ Francesca Devescovi – da “Il Sole 24 Ore” del 1 giugno 2017 ]

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